5 gravi errori che hanno messo all’angolo Parrot

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La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno: l’unico produttore europeo di droni in grado di vedersela ad armi pari con i giganti cinesi taglierà un terzo del personale dedicato ai droni. Un disastro che purtroppo non ci stupisce, gravi e diversi  sono gli errori che la multinazionale francese ha accumulato negli ultimi anni. E non si vede all’orizzonte un cambio di rotta.

Che le cose non andassero affatto bene l’avevamo capito con la rinuncia di Parrot a partecipare al CES di Las Vegas, la grande fiera dell’elettronica di consumo, il palcoscenico dal quale Parrot ha sempre dato il meglio di sé, presentando affascinanti coreografie con decine di BeBop in volo e lanciando il Disco, il drone più innovativo e meno capito della sua breve storia. Ora arriva la conferma, con l’annuncio dei licenziamenti. Eppure Parrot avrebbe in mano le carte per un rilancio in grande stile, se solo usasse bene la sua esperienza e l’indubbia capacità tecnologica: quello che le manca a nostro avviso è la visione di mercato e la comprensione profonda di cosa sono, dopotutto, i droni.

Primo errore: minidroni senza camera

schermata-2017-01-10-alle-12-40-17Con i Minidrones, Parrot ha creato dei gioiellini che non hanno uguali nel mercato dei droni giocattolo. Non esiste al mondo un altra linea di droni palmari che abbiano le stesse straordinarie prestazioni di volo la stessa stabilità, la stessa facilità di uso, sia che siano pilotati con il cellulare sia che si usi il radiocomando. Certo, la qualità si paga e  i minidrones sono più costosi dei droni cinesi che invadono gli scaffali. Ma questo non sarebbe un problema insormontabile, il prezzo è comunque ragionevole e alla portata di molte tasche. Il vero guaio dei minidrones è che non hanno la telecamera, o per meglio dire non hanno una almeno discreta camera frontale per farsi selfie e riprese aeree. Sparano, hanno le manine per portare tappi di bottiglia in volo, ma senza camera non sono neppure visti come droni dal loro pubblico. Restano sofisticati giocattoli volanti che volano e basta, o magari navigano e corrono. Ma è davvero troppo poco, in un mercato dove il drone lo si giudica essenzialmente dalle riprese che può fare.

Secondo errore: prigionieri del Full HD

206906_detailParrot ha avuto il grandissimo merito di aver mostrato al mondo che un drone può tranquillamente fare a meno della gimbal, il sistema di sospensione delle camere dei droni, che è delicato, costoso e inutilmente complesso; la stabilizzazione dell’immagine, e anche il movimento della camera, possono essere benissimo fatti elettronicamente, usando dei sofisticati DSP (analisi digitale dell’immagine a bordo della macchina) che evitano il ricorso a meccaniche esterne. Ma Parrot ha insistito troppo sull’ormai anacronistica risoluzione Full HD, in un mondo dove ormai anche i giocattoli da selfie viaggiano a 4K, tagliandosi fuori da sola dal mercato delle videoriprese amatoriali di alto livello e dalle riprese professionali. Non siamo tecnici, non sappiamo se si può davvero coniugare 4K e stabilizzazione digitale ottenendo riprese professionalmente accurate e movimenti fluidi, ma pensiamo di sì, visti i recenti annunci di Ambarella, il produttore di chip delle GPro e di DJI. Il passaggio al 4K ormai è irrinunciabile, costi quel che costi Parrot deve necessariamente andare dove i suoi clienti vogliano che vada, se vuole togliersi dal guado. Anche a costo di tornare al gimbal, se davvero non c’è altra strada. Ma siamo certi che ci sia eccome.

Terzo errore: BeBop 2, o troppo grande o troppo piccolo, comunque sbagliato

explosed-viewIl Bebop 1, quello originale, è stata una macchina di successo perché rispondeva a una necessità ben precisa: un drone prosumer economico, efficace, ma soprattutto pratico. Una macchina che sia pure con i suoi evidentissimi limiti (camera FullHD, portata molto scarsa senza l’uso dello scomodissimo e ingombrante Skycontroller). Un drone senza fronzoli, che al momento in cui è nato puntava tutto sull’immensa, leggendaria praticità. Peccato che tutto sia stato buttato via con il BeBop 2, che non eliminava i difetti del primo (skycontroller a parte) ma perdeva proprio la praticità che lo rendeva unico. Quando Parrot ha affrontato il problema di rinnovare il BeBop, aveva davanti due strade: farlo ancora più pratico e leggero, oppure avvicinarlo ai design dei droni prosumer dell’epoca, tipicamente il Phantom 3. Purtroppo è stata scelta proprio la strada che non porta da nessuna parte. Invece di diventare più leggero, sotto la soglia dei 250 grammi che avrebbe spalancato le porte del mercato americano, evitando la necessaria registrazione alla FAA, i tecnici francesi l’hanno reso un poco più grande, un poco più pesante, un poco più inutile. Troppo piccolo e dalla risoluzione modesta per vedersela ad armi pari con i Phantom, troppo grande per essere pratico, la mossa suicida ha anche impedito ai diversi artigiani italiani di farlo dimagrire per entrare nella nostra legislazione sui SAPR inoffensivi da 300 grammi. Così, Troppo ingombrante per essere pratico (e senza nemmeno i bracci ripieghevoli), con una camera di risoluzione insufficiente, troppo pesante per poter essere inoffensivo, il BeBop 2 non è né carne né pesce, e non trova una sua precisa collocazione di mercato. E la praticità da sola non basta, specie adesso che con il DJI Mavic l’asticella è stata alzata proprio sul terreno della praticità.

Quarto errore: Disco, una macchina che andrebbe spiegata

 

drone-parrot-disco-fpv-eyedrone-milano-007Un’altra occasione mancata è il Disco, che al momento è l’unico drone ad ala fissa di alta qualità per il mercato prosumer. Peccato che il mercato non abbia ben capito di che si tratta, e se ne vedono volare ben pochi. Il Disco è una macchina unica nel panorama mondiale dei droni, ha un sofisticatissimo autopilota che rende facile a chiunque la gestione di un ala fissa, regala addirittura la sensazione di pilotare un jet commerciale, con l’inviluppo di volo completamente protetto che evita al pilota il rischio di stallare o comunque superare l’inviluppo di volo. Sulla carta una macchina vincente, ma a che serve il Disco? L’impressione nostra è che non lo sappia nemmeno Parrot, che non si sofferma a piegare questa macchina al suo pubblico. Il mondo dei droni oggi non è fatto di esperti, ma da persone che comperano una telecamera volante al supermercato e vogliono farci riprese. Le riprese con le ali fisse hanno un loro linguaggio, una loro specificità, un loro senso che deve necessariamente essere comunicato, non si può sperare che la gente lo scopra da sola solo dopo aver speso oltre mille euro per un pezzo di polistirolo. Almeno in Italia, questo Parrot non l’ha fatto, non ha creato eventi, curiosità, comunità. Ha messo il Disco negli scaffali della GDO e ha sperato che accadesse un miracolo. Ma i miracoli sono rari.

Quinto errore: aver snobbato i professionisti

Bebop 1 alleggerito per rientrare nella normativa dei 300 grammi inoffensivi

Bebop 1 alleggerito per rientrare nella normativa dei 300 grammi inoffensivi

L’ultimo errore, grave anche questo, è stato snobbare i professionisti e puntare tutto al mercato degli appassionati. Probabilmente una scelta dettata dalla consapevolezza che la risoluzione Full HD tipica dei Parrot non basta per il mercato delle riprese video, ma molto potrebbe essere fatto in settori come la aerofotogrammetria e l’agricolutura, dove peraltro Parrot con SenseFly ha dimostrato di avere molto ma molto da dire.
Ma Parrot è molto timida in questo mercato, anzi, fa di tutto per tenersi alla larga: abbiamo già visto che la scarsa sensibilità verso le esigenze dei professionisti di fatto ha tagliato fuori il BeBop 2, che ha fatto di tutto per perdere l’occasione di diventare una macchina inoffensiva ai termini di legge, e la stessa architettura del Disco, con la camera rigorosamente frontale, lo rende poco pratico per l’aerofotogrammetria. E questo è un peccato davvero, specialmente in Italia dove la normativa lo renderebbe una macchina facile da rendere inoffensiva, dove la sua stessa esistenza ha di fatto convinto le scuole  ad offrire corsi Ap, quelli appunto per l’ala fissa. Il Disco potrebbe essere una macchina ideale per alcune attività per esempio di protezione civile, dove a seguito di una catastrofe (e da noi quelle non mancano) è importante poter disporre di un drone leggero, veloce, ad alta autonomia e rapido dispiegamento per mappare velocemente grandi aree e capire se le strade sono transitabili, gli edifici in sicurezza, i fiumi ancora nei loro letto o già esondati. Certo la camera frontale del Disco non aiuta, ma se ci fosse la volontà di entrare in questo mercato, anche correndo il rischio di togliere qualcosina al mercato del costosissimo eBee, non è insormontabile il problema di riprogettare il muso e ottenere una macchina più professionale e meno strana.

ugcs-one-universal-gound-control-software-3dr-apm-1-largeResta aperto il problema del software, al momento non c’è sul mercato un software di gestione dei droni francesi all’altezza di un uso veramente professionale. Ma ci sono programmi di terze parti, come per esempio UGCS, che potrebbero facilmente integrarli, se ci fosse la volontà da parte di Parrot.
Da discorsi da bar che abbiamo fatto con gli sviluppatori
, l’interesse ci sarebbe anche, al momento UGCS supporta solo l’A.R. Drone, che non è credibile come macchina professionale. Ma estendere il supporto ai BeBop e al Disco non è una questione così complicata, data la modularità del software. Servirebbe solo un piccolo passo da parte di tutti e due per incontrarsi a metà strada. E cominciare a esplorare le potenzialità di mercato il mondo professionale, dal quale Parrot ha sempre scelto di stare alla larga.

Quale futuro per Parrot?

ceoIn conclusione, a nostro avviso Parrot ha un’expertise e capacità di progettazione e realizzazione, oltre che di fantasia, che sono difficili da trovare a livello mondale. Non c’è nessun buon motivo per pensare che non possa tirarsi fuori dal pantano in cui lei stessa si è cacciata, ma richiede un cambio di passo e soprattutto sviluppare la capacità di ascoltare: che i minidroni soffrissero per la mancanza di telecamere era evidentissimo da anni, perché rinnovarli senza affrontare il vero nodo cruciale? Che il Full HD non basti più anche questo non è una novità, ma non ci sembra nemmeno una funzione così difficile da implementare, dopotutto. Certo, per alcune cose bisogna ormai mettersi a correre perché il tempo è passato ed è difficile recuperare il terreno perduto, è necessario che Parrot cominci a porsi seriamente il problema dell’evitamento degli ostcoli e renda più completo il software, non ha molto senso che funzioni di base come follow me o rotte automatiche siano da acquistare in-app a pagamento, manco fossimo davanti a un videogame. E anche affrontare il mercato professionale a nostro avviso non è più procrastinabile, appassionati e professionisti sono le due gambe su cui si poggia il mercato, rinunciare a una non può essere sempre la scelta vincente.

Abbiamo bisogno di Parrot, abbiamo bisogno di un’industria europea dei droni, abbiamo bisogno di una Parrot più combattiva e con le idee più chiare. Ne abbiamo bisogno tutti, appassionati e professionisti. Abbiamo bisogno di una Parrot che stia al passo con i tempi, e che si sporchi anche le mani facendo sentire meno timidamente la sua voce in sede regolamentare, proprio adesso che stiamo arrivando a un mercato unico europeo dei droni, con regole comuni tutte da inventare. Abbiamo bisogno di te, cara Parrot. 

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