Limite a 100 grammi per i droni inoffensivi: e adesso?

Di Sergio Barlocchetti

Qualche attempato ricorderà le pugnette inflitte agli appassionati di volo con i quadricotteri, che molti notabili scesi dai B-747 fecero per dimostrare che un peso di 250 grammi non fosse balisticamente rilevante.

Finendo per copiare uno studio inglese dalla prima Guerra mondiale passato chissà come dall’Australia.

Altri, invece, ricorderanno le definizioni dei droni apparse negli ultimi 15 anni: Apr, Mapr, Rpas, Uav, Uas e altri ancora, nomi ormai dimenticati ma che sono costati tempo e soldi.

Chissà che cosa pensano oggi queste persone a proposito del fatto che, grazie ai seguaci di Zelensky, il nuovo regolamento in arrivo, forse in primavera ’27, pone il limite a soli cento grammi. Fosse prosciutto, ancora ancora una michetta la riempi. Ma con un drone ci trasporti ben pochi sensori e batterie. Se avessimo voluto un’autorità aeronautica creativa, la sede di EASA sarebbe a Napoli e la definizione non conterrebbe la parola “Safety”, che è un ossimoro del volo, poiché, è dimostrato, se non si vola non si cade.

Comunque, con la Opinion 06/2026, agli annessi 1 e 2, vengono cambiati e pure in peggio i già pessimi Regolamenti Ue 2019/947 /945. Seguirà approvazione della Commissione Europea e relativa pubblicazione sulla Pravda, la Gazzetta ufficiale dell’Eurss. Addio 250 grammi, la paura che qualcuno li trasformi in armi ha spinto Bruxelles a occuparsi della nostra sicurezza e quindi ecco la neonata classe ultraleggera degli EPR, ovvero ettogrammi a controllo remoto, mezzi che se hanno anche una velocità massima inferiore a 68 km l’ora diventano innocui fino a nuova comunicazione.

Significa senza patente, neppure A1/A3, nessuna registrazione sul portale più odiato dai dronisti, niente età minima, neppure geofencing o identificazione Direct Remote. Sull’assicurazione, che invece avrebbe comunque senso perché un’elica nell’occhio fa danni anche se pesa cinque grammi, nulla ancora da parte dell’autorità.

Voleranno, ad andar bene, nella sottocategoria Open A1. E tutti gli altri che fino a oggi erano quasi liberi? Entro un anno test online, materia Security perché non è mai troppa e poi si vedrà. Pare, leggendo l’Articolo 20-1-b, che i “C zero” attuali continueranno a volare in A1 privi della funzione di blocco del decollo né Dri (identificazione remota diretta).

Per i possessori di un attuale C1 non cambia quasi nulla: il patentino A1/A3 è già nelle loro tasche, il DRI di fabbrica è già attivo e, pesando al massimo 900 grammi, beneficiano dell’esenzione permanente da qualsiasi retrofit hardware. Inoltre, l’elettronica di bordo non subirà alcun blocco al decollo retroattivo.

Per gli altri c’è un percorso di adattamento che all’articolo 20-4 parla di un termine di quattro anni per adeguare le dotazioni. Una cosa positiva c’è: la possibilità per sviluppatori e smanettoni di medio-alto livello di creare filtri che riconoscano il pilota prima di consentire la partenza dei motori. Ma subito Easa cade nel ridicolo dando alle Naa la possibilità di esentare gli appassionati dall’avere il Dri e dotare i mezzi di blocco del decollo, ma soltanto se accettano di volare dentro le riserv… pardon, i campi volo. Come se non conoscesse la celebre propensione della nostra Enac di farsi levare le castagne dal fuoco direttamente da Colonia.

Così, se già l’aeromodellismo era in crisi, con questo provvedimento, ispirato dalla paura delle trincee del fronte russo-ucraino, non si fanno prigionieri. Intanto che penso a che cosa accadrà della nobile attività ricreativa che costituito la porta d’ingresso al settore aerospaziale per generazioni di piloti e ingegneri, ho finito un dronetto da corsa che metto sulla bilancia. Ho fatto un etto e dieci, lascio?