Anche i giocattoli diventano aeromobili. Ma solo nel surreale burocratese di Enac

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Di Sergio Barlocchetti

Dite quel che volete, ma questa definizione di “aeromobile giocattolo” mi fa si-scrive-sapr-ma-si-legge-droni-intervista-a-sergio-barlocchetti-480x280sbellicare dalle risate. Non fraintendetemi, la considero utile, ma quella di attribuire la parola aeromobile a tutto, giocattoli compresi,  è un’italianata storica che ha radici nei Paesi anglosassoni, la patria dell’aviazione. Chi ha avuto esperienze con gli ultraleggeri negli anni Ottanta e Novanta sa che per consentire lo sviluppo del settore separandolo dalla diabolica normativa dell’aviazione questi mezzi erano definiti “Attrezzi sportivi” dalla legge 106/1985. Successivamente, nei primi anni Duemila, con la revisione del Codice della Navigazione, anche gli ulm divennero aeromobili, ma “esentati dal titolo secondo della parte … eccetera dello stesso codice della navigazione.”

Il bisticcio nasce dalla traduzione di Airplane con velivolo e di Aircraft con aeromobile, e dal fatto che in inglese di parla di “model aircraft” intendendo però gli aeromodelli. E siccome la lingua dell’aviazione è l’inglese, ecco l’inevitabile questione. A ben cercare si trova però un comodo riferimento ai “Toy aircraft” nella definizione dell’Icao, sulla quale però Easa non è ancora riuscita a costruire un perimetro definito e condiviso, seppur affrontato con la divisione in classi nella lunga gestazione della normativa comunitaria.

A pensarci bene, se i mini droni per ragazzi, anche più giovani di 14 anni sono tali, perché non chiamarli semplicemente giocattoli volanti? Che sia controllato a distanza o meno, come potrebbe essere un frisbee, il volano con i racchettoni oppure un pallone da calcio o pallavolo che sia, un gioco resta. Piuttosto servirebbe un limite alla massa e al tipo di materiale utilizzato, ma si entrerebbe in un universo normativo che i produttori di giocattoli ben conoscono e sul quale, lo scorso anno a Dronitaly, si svolse un incontro importante.

Frequentando fin troppo gli ingegneri, dei quali Enac ed Easa sono pregne, sono convinto di un fatto: salvo eccezioni mancano di letture umanistiche che arricchirebbero il loro dizionario pieno di strafalcioni come “testare” da “to test”, provare, che in italiano significa però “fare testamento”. Pensate poi che cosa accade quando i testi redatti dagli ingegneri passano dagli uffici pieni di avvocati. Ecco il risultato: un aeromobile senza pilota, progettato o destinato, in modo esclusivo o meno, ad essere usato a fini di gioco da parte di bambini di età inferiore a 14 anni.

Intanto: scompare “a controllo remoto” forse pensando che si possano anche lanciare, ma stona l’uso della parola bambini, che sono persone o più genericamente soggetti.

Per gioco proviamo a metterci una pezza: un oggetto volante senza pilota progettato o destinato esclusivamente ad essere usato a fini ludici anche da parte di persone di età inferiore a 14 anni. Sulla frase “in modo esclusivo o meno” un avvocato potrebbe scatenarsi e volentieri lascio i commenti ai legulei: ma se oggi un dronetto da 180 grammi già incorpora una videocamera da 720 pixel, è lecito aspettarsi che entro tre anni questo dispositivo sarà ben più performante a parità di peso. Infine un suggerimento: i francesi sono bravissimi nel difendere la loro lingua, da ordinateur al posto di computer all’applicazione a convenienza delle norme Easa per l’uso dell’inglese in fonia e delle regole di volo strumentale. Andiamo a leggere come definiscono i giocattoli volanti?

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