Regolamento europeo sui droni? Campa cavallo. E ci si mette pure la Brexit

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Di Sergio Barlocchetti

Tutti col fiato sospeso in attesa del regolamento europeo EASA, quello che dovrebbe mettere in pensione i regolamenti nazionali (a cominciare dal nostro ENAC) e ripartire tutti da zero a livello europeo con nuove regole. Ma quando arriverà questo benedetto regolamento? Sergio Barlocchetti è andato a Colonia per scoprirlo…

Complice la stesura di un manuale operativo mi sono ritrovato in Easa. E fatto ciò che dovevo, quale migliore occasione per salutare amici vecchi e nuovi, ma anche per fare qualche domanda in giro sul futuro dell’Unmanned europeo. Funzionari italiani ce ne sono tanti, e di questi un buon numero di provenienza campana, un’enclave solare e proattiva nel grigio cielo mitteleuropeo.

Meno male che è così, le nostre aziende altrimenti non potrebbero farcela contro la rigidezza e l’insopportabile efficienza dei teutonici, applicata però sempre verso gli altri. Li conosciamo: fanno i duri ma quando sbagliano cercano di fare i napoletani senza però riuscire lontanamente a risultare simpatici e creativi. Il diesel-gate insegna. Fossi al governo vorrei un direttore partenoeo per Easa, vedi mai che in un mese questa benedetta regola sarebbe approvata.

Comunque siamo in alto mare, mi dicono, perché l’impianto legislativo esistente è come sempre farcito delle migliori intenzioni politicamente corrette, ma poi nella parte operativa mancano ancora parecchi dettagli e alcuni di questi fanno a botte con l’evoluzione generale della normativa aeronautica comunitaria.

La volontà di abolire la Basic Regulation 216/2008 porterà una diversa posizione legislativa per tutto ciò che vola oggi grazie all’Annesso II di questa legge e in quel gruppo di macchine volanti, tra deltaplani, parapendio, ultraleggeri, mica-troppo ultraleggeri (si vogliono i 600 kg ma non si sa che fine farebbe la Cs-Lsa), autogiro tedeschi obesi (560 kg), infilarci la gestione dei droni è davvero complicato. C’è di più: non è affatto scontata la permanenza del Regno Unito all’interno di Easa, e se all’agenzia venisse a mancare un contribuente così importante sarebbero guai seri.

Vero è che non serve essere nell’Unione per far parte di Easa, come dimostra l’Ufac svizzera, ma se durante la trattativa di divorzio UE-UK prevalesse la via della CAA, ci sarebbe poco da fare, salvo che gli inglesi si troverebbero a dover riapprovare rapidamente un gran numero di regolamenti tecnici, tra i quali nientemeno che sostituire la Part 21, la base della costruzione aeronautica. E non gli conviene. Quanto a conti Easa non se la passa proprio bene: stanno andando in pensione parecchi dei funzionari assunti già maturi alla data di istituzione dell’agenzia, nel 2003, e guarda caso non vengono sostituiti: 698 erano nel 2016, tanti sono oggi, ma con carichi di lavoro doppi rispetto al 2010.

Unica via d’uscita di molte aziende per poter lavorare progettando macchine volanti leggere ed anche droni è la certificazione AP/DOA, ovvero la Procedura Alternativa (semplificata) per divenire Organizzazione di progettazione approvata. Qualche migliaio di euro, manuale operativo e procedure approvate nel giro di qualche mese, un paio di responsabili aziendali (il capo dell’ingegneria o Head of the Design Office, il responsabile dell’aeronavigabilità e quello della qualità), e si può diventare un’azienda aeronautica a tutti gli effetti, salvo poi dover mantenere questo status pagando ogni anno una fee proprio ad Easa.

I privilegi ci sono: primo, niente più Enac per i permessi di volo dei prototipi; approvazione e mantenimento dei certificati di tipo e dell’assistenza ai clienti che hanno acquistato le macchine volanti. Certo però non si possono produrre dronetti da pochi euro. Finiranno tutti così i nostri costruttori? A pensar male si fa peccato ma è esattamente il tipo di controllo che piace ai tedeschi e guarda caso uno dei due maggiori difetti dell’agenzia europea è proprio che la sede occupa un palazzone di Colonia in riva al reno.

L’altro difetto, non smetterò mai di ripeterlo, è nella “S” del nome che sta per Safety, che impone di vedere tutto con gli occhi di quelli che possono prendere le macchine volanti sulla testa, ovvero il contrario filosofico dell’approccio anglosassone. Si chiamasse invece European AviationManagement, Administration, Operational, e poi Agency, l’ente non dovrebbe reagire con migliaia di documenti a ogni paturnia salutista dei nostri eurodeputati, che proprio il giorno che ero fagocitato negli uffici Easa hanno deciso che “la progettazione e la fabbricazione dei droni dovranno soddisfare i requisiti di base dell’UE in materia di sicurezza, protezione e protezione dei dati personali”. Come ripartire da zero un’altra volta e non avere neppure vergogna.

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