Drone Parrot Anafi, recensione e primo test in volo. E Parrot sta pensando di farne un trecentino…

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In concomitanza con l’uscita sul mercato del rivoluzionario “quasi trecentino” francese abbiamo provato in volo il primissimo Parrot Anafi arrivato in Italia. Una tale primizia che il software definitivo di volo è stato reso disponibile appena poche ore prima del nostro test. Ah, a proposito: ci è piaciuto davvero tanto, anche se un paio di difettucci li abbiamo trovati… Ma ci piace cercare il pelo nell’uovo.

Recensione drone Parrot Anafi

Fa una certa impressione provare un drone che ancora odora di fabbrica, con il software pubblicato giusto la notte prima del test. Quello per Android, tra l’altro, quello per iPhone è ancora in ritardo di qualche giorno, cosa che ci ha costretto a usare un cellulare con il robottino per i test in volo. Anche se a dire il vero per i veri smanettoni affezionati alla Mela il software può essere già scaricato e installato, anche se ancora non è nello store Apple.

Giorgio Castellano (a sinistra) e Luca Masali in un selfie scattato dall’Anafi con la camera a 90° verso il basso.

Con noi c’era Giorgio Castellano, Ceo di Parrot Italia, che ci ha dato le due otre dritte necessarie per mettere in volo l’ultimo nato di casa Parrot. Quello di oggi è solo un primo test effettuato con due macchine, giusto per sicurezza: più avanti esploreremo le funzionalità avanzate, giusto il tempo di studiarle e capirle a fondo. Per oggi ma ci premeva provare quello che si poteva provare per raccontare ai lettori di Dronezine come va l’Anafi proprio nel giorno del debutto sul mercato.

Drone nuovo, software nuovo

A proposito di software, l’Anafi si pilota con la nuova app FreFlight 6, tramite un cellulare che va connesso via cavo con il radiocomando (nuovo anche lui) SkyController 3. La connessione via cavetto ci convince assai: un primo giorno di test è come una sola rondine, non fa primavera. Ma ci pare che la connessione sia molto più veloce e semplice che non quella via wifi dei BeBop: tutto avviene in un attimo, si accende il drone, si apre lo sportellino della radio, si connette il cellulare nell’apposito supporto e lei si accende da sola, una lucetta blu lampeggia finché non trova l’Anafi, poi diventa blu fissa e si può volare. Semplice, pulito, immediato. Più facile a farlo che a raccontarlo. Il cavetto (in dotazione) è un Usb Type C, formato che sta rapidamente prendendo piede nel mondo dei cellulari e garantisce il passaggio di correnti relativamente alte, tanto che con un normale carichino per cellulari l’Anafi si carica in un ora e mezza. Niente caricabatterie dedicato quindi, basta avere quello del telefonino. Una piccola comodità che si apprezza.

Sulla radio si intano due grandi e comode levette bianche a portata di indice, che consentono (senza togliere i pollici dagli stick) una di muovere la camera verso l’alto e verso il basso e l’altra di fare zoomate senza perdita di qualità grazie all’oversampling:  fino a 2,8X (in FullHD, per il 4k il limite è 1,4X. Ma se non basta, volendo c’è il solito zoom digitale 3X per tutti i formati, 4K compreso). Finora è il sistema di comando della gimbal più comodo e pratico che abbiamo visto sui droni prosumer, tra l’altro i movimenti sono fluidi e per nulla scattosi. Come è facile immaginare, il video di ritorno è in HD (720p) mentre le riprese sono 1080 oppure 4k, da selezionare dalla app. Tra l’altro parliamo di un 4k di grande qualità, si può scegliere tra 4K Cinema 4096×2160 24fps oppure, se serve la funzione moviola,  4K UHD 3840×2160 24/25/30fps.

In mano la radio dà un ottima sensazione, specialmente gli stick sono veramente ben fatti e garantiscono movimenti precisi e veloci, con una fluidità che ci ha sorpreso.

In mano

L’Anafi colpisce per la sensazione di estrema leggerezza che si ha tenendolo in mano. In realtà pesa quasi esattamente come un DJI Spark, ma essendo il cinese ben più compatto trasmette una sensazione di peso decisamente maggiore rispetto al drone francese. In compenso, la qualità percepita (sempre in mano) dello Spark è obiettivamente superiore, l’Anafi è piuttosto plasticoso e da una certa sensazione di fragilità, ma la plastica pesa poco e in volo la percezione cambia completamente. Anche l’estetica fa discutere, può piacere o non piacere, ma aprendo i bracci si capisce che la forma deriva da un preciso design industriae teso a ottimizzare la portabilità: l’Anafi è decisamente meno ingombrante dello Spark, visto che a differenza del concorrente cinese è ripieghevole. Peccato che non lo sia anche il radiocomando, vanificando un po’ le promesse di portabilità: riconosciamolo, la radio dello Spark chiusa è molto, ma molto più compatta di quella dell’Anafi.

Decollo: verso l’infinito e oltre.

Come è ormai scontato sui droni prosumer, il decollo e l’atterraggio sono automatici. Per partire basta premere il pulsante decollo sulla radio e sulla app, e il drone si posiziona a circa un metro da terra aspettando ordini. Decollando apprezziamo molto la silenziosità, garantita dalle eleganti eliche semitrasparenti ispirate – come tutto il drone – agli insetti. E’ un’ottima cosa a nostro parere, visto che per essere accettati dalla gente i droni devono essere il più discreti e silenziosi possibile, e l’Anafi quanto a bassa rumorosità si porta ai vertici della categoria. Anche l’atterraggio è automatico, ma si può anche toccare terra usando lo stick della quota: una cosa che può un pochino spiazzare il neofita è che in questo caso il drone scende fino a circa un metro dal suolo e poi “prede le misure” del terreno prima di decidersi ad atterrare, e per farlo ci impiega un paio di secondi.

A spasso tra le nubi

In volo il comportamento dell’Anafi è quello che ci aspettiamo da un drone all ostato dell’arte: perfettamente stabile, mantiene esattamente la quota anche quando ci divertiamo a fare virate coordinate (muovendo insieme alettone, timone, prua) in sport mode per scatenare la velocità massima di ben 55 km/h. A proposito di velocità, ne abbiamo testate a lungo due: la lepre (sport) e la tartaruga (video). con la prima l’Anafi diventa una macchina decisamente divertente, veloce e reattiva. Con la seconda invece si possono fare video tecnicamente impeccabili, sembra un dolly più che un drone. In particolare, la coda diventa particolarmente lenta, noioso se si vuole giocare ma indispensabile per portare a casa il risultato se ci si dee lavorare: in modalità tartaruga le panoramiche sono perfette e pennellate, senza mai diventare fastidiose o sfocate per eccesso di velocità di rotazione. Teniamo conto che una carrellata lenta si può tranquillamente velocizzare in post produzione, senza perdere di qualità. Mentre rallentare una ripresa veloce è praticamente impossibile se il lavoro richiede un minimo di qualità video.

La stabilità delle riprese, come si può giudicare dal video in testa all’articolo è impressionante, grazie alla stabilizzazione ibrida su tre assi:  meccanica su rollio e beccheggio, elettronica (EIS) sull’imbardata.“Proprio come la mia testa”, spiega il Ceo di Parrot Henri Seydoux. Unico appunto che ci sentiamo di fare per quanto riguarda il volo è che non è sempre facile capire come è orientato, quando vola lontano, dato che non ha luci di navigazione. Così se è vicino capiamo come è messo per il fatto che la testa (la camera) è bianca e il drone è quasi nero, se è lontano talvolta abbiamo dovuto affidarci al video di ritorno (e ricordiamo che anche se il regolamento Enac dice che i droni vanno pilotati a vista, ovviamente NON proibisce di guardare la strumentazione e le camere di bordo, ci mancherebbe altro).

Io guardo te, tu guarda me

Avendo a disposizione non uno ma ben due Anafi, ci siamo divertiti a rincorrerci nel cielo lombardo filmandoci con le camere a 90° in su e in giù: una bella gara di combat, insomma, per bambini mai troppo cresciuti. 

 

Così il pomeriggio se ne è andato tra voli e inseguimenti, e l’esperienza mi ha convinto che Castellano ha ragione quando dice che la gimbal basculante di ben 180° in alto e in basso non è solo una cosa indispenabile a chi deve ispezionare soffitti, grondaie e ponti girandola verso l’alto o a chi fa aerofotogrammetria di prossimità spostandola verso il basso, ma è anche una gran risorsa per chi cerca semplicemente nuove inquadrature creative.

A proposito di fotogrammetria, al momento del nostro test l’Anafi può essere pilotato solo dalla sua app che supporta un semplice programma di impostazione delle rotte automatiche, ma in futuro ci dice Castellano è molto probabile che sia reso compatibile con il celebre software di aerofotogrammetria e gestione delle rotte Pix4D, sempre del gruppo Parrot.

Parrot apre all’Anafi trecentino

La macchina nasce con un peso di 320 grammi, senza paraeliche (anche se ha fermato la nostra bilancia su appena 316 grammi). Sarebbe davvero un peccato non approfittarene per farne un trecentino, anche perché non lascerebbe scampo al DJI Spark, la macchina più “trecentizzata” in Italia, visto che il francesino lo batterebbe sotto tutti i punti di vista: portabilità, efficienza, qualità video, escursione della gimbal. E non dimentichiamo il volo automatico, se come ipotizza Castellano venisse supportato dal Parrot attraverso l’ottimo software Pix4D Capture, non indispensabile ma certamente comodissimo per chi fa aerofotogrammetria. Infine, come tutti i Parrot non ha il fastidioso geofencing che affligge i DJI, la funzione in cui è il software che decide lui se in una certa zona si può volare o no. E al software non importa nulla se il pilota è autorizzato o meno. Finora Parrot era rimasta indifferente ai trecentini, essendo una particolarità solo italiana. Ma ora che il mercato cresce al ritmo di oltre 200 trecentini registrati a Enac al mese, la musica sta cambiando:
“Sicuramente c’è un forte interesse ci dice Castellano. “Siamo in contatto con aziende attive nel settore della trecentizzazione, così come stiamo facendo le nostre valutazioni internamente con il Centro Ricerche a Parigi. Senz’altro l’intenzione di Parrot è venire incontro agli utilizzatori che potrebbero avere un grande vantaggio ad avere un drone con queste caratteristiche al di sotto dei 300 grammi”.
Un notevole passo avanti rispetto alla completa mancanza di interesse di Parrot intesa come multinazionale rispetto alle richieste degli utenti italiani, che pure avevano proprio cominciato con i BeBop uno a popolare il cielo di trecentini: proprio il BeBop 1 è stato il primo drone “trecentizzato” su larga scala. Certo far sì che Parrot si accorga che esiste anche l’Italia, a qualche parte là a Sud delle Alpi non è affare semplice, ma Castellano si dimostra ottimista: “Stiamo lavorando in questa direzione. Cerchiamo di avere una o più soluzioni per venire incontro a questa richiesta che sappiamo essere molto sentita in Italia“.

Cosa ci è piaciuto e cosa no

PRO:

  • Qualità video
  • Facilità di volo
  • Gimbal basculante a 180°
  • Praticità

CONTRO:

  • Estetica spiazzante
  • Un po’ troppo plasticoso
  • mancanza di luci che rendono difficile l’orientamento
  • mancanza di sensori anti collisione

 Opzioni per l’acquisto.

>⇒Vai alla descrizione tecnica e relative schede e confronto con il Mavic

 

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