DJI chiede di ritirare il video del drone che sfonda l’ala dell’aereo

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Un paio di settimane fa, l’University of Dayton ha pubblicato il risultato di un “drone strike test” tra un aereo da turismo e un drone. Il contenuto, che mostra come il drone non si infranga contro l’ala al momento dell’impatto, bensì vada a penetrarla, è stato ripreso da moltissime testate ed ha fatto il giro del mondo (noi ne abbiamo parlato qui), sollevando molte polemiche per via – come succede sempre coi droni – dei toni allarmisti che in tanti casi hanno accompagnato il contenuto e della superficialità con cui spesso il test è stato presentato.

In aggiunta a questo clamore è arrivata, pochi giorni fa, la reazione della DJI (che produce la maggior parte dei droni del mondo) che non ha preso per niente bene il fatto che i ricercatori abbiano usato per i test un loro modello (il Phantom 2, ormai fuori produzione), mostrando al mondo intero un loro prodotto all’interno di un contesto percepito dall’opinione pubblica come una dimostrazione della pericolosità dei droni.

La reazione di DJI

Così, prima con un comunicato stampa e poi con una lettera scritta dal suo vice presidente del reparto Policy & Legal Affairs e indirizzata al capo della ricerca, il dottor Kevin Poormon, DJI ha richiesto di ritirare il video in questione, accusandolo di aver incautamente pubblicato e promosso una simulazione che nella realtà sarebbe del tutto improbabile, se non addirittura impossibile. Insomma l’istituto di ricerca avrebbe presentato l’evento dell’impatto, riprodotto artificialmente, come un comune rischio affrontato dai piloti di aereo durante una giornata di routine.

Come accade spesso, quando la ricerca scientifica incontra la divulgazione di massa, diversi dettagli (in realtà determinanti) finiscono purtroppo per passare in secondo piano o addirittura nel dimenticatoio, sparendo dagli articoli che dovrebbero accompagnare le immagini e i video, spiegandoli. In questo caso specifico, ad esempio, il fatto che il drone del test sia stato sparato con un cannone a circa 400 km/h contro l’ala dell’aereo non è un’informazione trascurabile, e anzi andrebbe scritta in grassetto in ogni dove, per evitare che le tante persone che di un articolo leggono solo il titolo (quando non si fermano alle immagini) potessero interpretare erroneamente la notizia.

Nella lettera (che trovate qui), il Vice President Policy & Legal Affairs di DJI, Brendan M. Schulman, tocca diversi punti tesi a dimostrare quanto la simulazione fosse forzata e quanto scarse siano state le informazioni che i ricercatori hanno prodotto a corredo del test. Per questi motivi, l’azienda cinese chiede di ritirare la ricerca, di rimuovere il video e ovviamente di inviare una rettifica a tutti i mezzi di comunicazione da cui è stata ripresa la notizia.

Per come è stata presentato il test e per come è stata gestita dal punto di vista mediatico la faccenda (il cui effetto virale poteva anche essere previsto), non c’è dubbio che la questione abbia evidenziato diverse criticità e vada pertanto corretta. Sarebbe però un peccato se l’episodio fungesse da deterrente per altri ricercatori che studiano gli effetti dei droni su tutto ciò che ci circonda (e viceversa), perché in questo ambito ci sono ancora così poche certezze e così tanti dubbi, col risultato che le autorità normative non sanno quanto “spingersi in là” per regolare il settore, mentre l’opinione pubblica resta esposta alle psicosi del momento. E chissà che DJI, che già collabora con diverse autorità nazionali ed è tra gli attori più attivi in termini di sicurezza dei droni, non approfitti della faccenda per dare uno slancio anche alle proprie, di ricerche sui pericoli connessi ai droni.

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