Di Sergio Barlocchetti
Ho incontrato un extraterrestre. Volava col suo dronetto tra il prato e la strada. Ci siamo presentati, abbiamo fatto amicizia e mi ha raccontato come si vola dalle sue parti. Ha quindi voluto sapere che regole abbiamo qui. Gli ho risposto che ce l’abbiamo fatta. Dopo sette anni di lavori siamo riusciti a scontentare tutti. Non era facile, vuoi che almeno una, dico una, delle tante declinazioni degli appassionati di droni non sia riuscita ad avantaggiarsi grazie ai regolamenti attuali? Neppure quello.
Sono arrabbiati gli operatori, perché è la terza volta che devono registrarsi sul portale d-Flight; sono adirati gli aeromodellisti, che ora tra targa (codice QR), assicurazione e segregazione si sentono come dinosauri alla fine del Cretaceo; sono furenti i piloti di trecentini, perché non sanno bene che sarà di loro, oppure lo sanno e non gli va proprio giù. Infine sono furibondi i pochi imprenditori che nel settore avevano investito e si dichiarano inviperite le evidentemente poco ascoltate associazioni a difesa dei loro associati, che in tutto questo sarebbero preoccupate per… gli abusivi! (Non chiedetemi, anch’io stento a capire).
E che dire degli incazzatissimi operatori che sognavano regole chiare per il B-Vlos? Ultimi, ma non per importanza, ci sono i centri di addestramento, i cui Accountable Manager sono fuori di sé, stante che siccome tutti aspettano marzo oppure luglio per fare il corso online hanno dovuto tagliare drasticamente i prezzi dei corsi. Le aule sono vuote e qualcuno comincia a chiedersi che cosa insegneranno dal 2 luglio in poi.
C’è da chiedersi come abbia fatto, un Paese come l’Italia, tra i primi al mondo ad avere un regolamento sull’uso dei droni, a incasinarsi passo dopo passo fino ad arrivare alla paralisi. La risposta probabilmente sta, dalla parte degli utenti, nell’essere costantemente divisi su tutto, come dimostrano le cinque (CINQUE) associazioni di settore esistenti (o esistite), un numero che neppure negli Usa avrebbe senso, e dall’altra in un tipico atteggiamento nostrano nei confronti delle istituzioni europee, ossia quello di far finta di contare qualcosa, gridarlo ai quattro venti ma alla fine fare in modo che siano gli altri a decidere, quindi predicare in patria che determinate scelte sono… imposte dall’alto. Ma dopo aver preso i fondi strutturali.
L’extraterrestre ascoltava. Vedi, dicevo, Bruxelles (Parlamento UE) e Colonia (Easa) avranno mille difetti ma quasi due anni fa pubblicarono un regolamento basico per l’aviazione, il 1139/2018, che dava comunque ampio margine di movimento riguardo ai velivoli senza pilota. Non ci bastava, ne abbiamo voluti altri due, sempre comunitari ma specifici, più uno nazionale di transizione. E non bisogna dimenticare la circolare ATM-09 senza la quale l’intero impianto normativo non funziona, perché semplicemente nessuno ha pensato alle cose pratiche. Di più, pretendiamo che un pilota con tutti i doveri del Codice della Navigazione consulti le mappe d-Flight che sono diverse da quelle per il volo a vista VFR, e quindi non si capisce che tipo di pilota sia quello di droni se vive in mondo “parallelo ma integrato” per citare un dirigente Enac.
Non paghi, in questo settore abbiamo creato figure professionali al limite del mitologico che il tempo sta dimostrando essere pleonastiche anche per organizzazioni di aviazione generale come gli aeroclub. Oggi abbiamo Accountable manager, Safety manager, Quality monitoring and compliance manager, Head of Training, Chief ground instructor, Ground instructors, Flight istructors e non vado oltre per pietà dell’extraterrestre. Tutti vorrebbero essere pagati, tutti credono di essere importanti e tutti lamentano (Wow!) che mancano i piloti veri e gli operatori con i bilanci in attivo, quelli che hanno investito e che avevano il diritto costituzionale di essere regolamentati per lo sviluppo del settore, come tra l’altro proprio la 1139/2018 recita all’inizio.
Era sotto choc povero extraterrestre, non riusciva più a proferire parola. Mi ha fatto un timido accenno di saluto e se n’è andato.
Ah, si chiama Gennaro, fa il custode di una fabbrica e non ha mai letto nulla di regolamenti. Il drone l’ha preso alla Bennet di Garlasco (PV) quattro anni fa e lo usa per quel che gli pare. Poi va al bar di Zinasco vecchio e tra un bianchino e una luganega trascorre ottime ore in compagnia di altri simili. Dategli torto.


