Droni militari Usa pilotati da civili: siamo di fronte ai futuri eroi di guerra?

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Da sempre siamo abituati a pensare che un eroe conquisti questo nome attraverso grandi imprese, portate a termine mediante immani sacrifici o quantomeno grandi fatiche. Eppure, nel futuro scenario militare che ci accingiamo ad approcciare, i contorni di questa figura potrebbero venire completamente ridisegnati, passando dal muscoloso soldato “Rambo“, inarrestabile davanti a qualunque genere di dolore, al super addestrato e magari un po’ nerd pilota di droni militari, in grado di eliminare obiettivi nemici “combattendo” a moltissimi chilometri di distanza, pilotando la sua arma letale dall’interno di una base sicura.

Potere della tecnologia e dei tempi che cambiano. Già oggi l’esercito americano impiega nelle zone di guerra un numero incredibile di risorse esterne, uomini e donne addestrati ma non facenti parte dell’esercito. Nel 2008, in Iraq, questi “contractor” erano di poco superiori a 163mila, mentre il totale delle truppe regolari non arrivava a 150mila unità. L’anno dopo, in Afghanistan, i soldati erano circa 63mila, di fronte a oltre 100mila mercenari. E lo squilibrio è destinato a crescere, seguendo l’attitudine dell’esercito Usa a contare sempre di più sull’outsourcing.

L’evoluzione del ruolo del soldato e il pilota di droni militari

A questo proposito, lo scorso novembre, l’Air Force ha annunciato che presto i droni dell’esercito sarebbero stati pilotati da personale civile. Una successiva precisazione ha chiarito che questi piloti svolgeranno esclusivamente missioni di ricognizione e di intelligence, senza venire coinvolti in operazioni a fuoco. Ad ogni modo, questa novità rischia di ridefinire alcuni capisaldi dei valori militari, primo fra tutti il concetto di eroismo. Il ruolo del soldato è infatti equilibrato tra l’essere al contempo carnefice e vittima, dal momento che è esposto in primis al rischio di restare ferito a sua volta e di perdere la vita. Ma allora il pilota di droni, che come detto è potenzialmente in grado di uccidere senza che la sua incolumità corra alcun pericolo, sembra discostarsi notevolmente da questa figura.

Ma come si prepara un futuro pilota di droni militari? L’improbabile verificarsi di minacce sul campo di battaglia influenza a priori l’addestramento, che consiste nel trascorrere ore ed ore davanti ai monitor, all’interno di un camper nella base Nevada’s Creech dell’Air Force, il cuore delle operazioni coi droni. A questo proposito, un ex pilota ha riferito che il suo programma di lavoro era composto da turni di 12 ore, per 6 giorni alla settimana. Inoltre, pare che il vantaggio di poter combattere stando al sicuro non elimini ma anzi aumenti lo stress, al punto che secondo uno studio interno all’Air Force oltre il 4% dei piloti di droni soffrirebbe di disturbo da stress post-traumatico. Non si tratta insomma di una passeggiata, né tantomeno di “un gioco”, come qualcuno si è affrettato a definirlo, ma di una nuova importante figura pseudo-militare, appena nata e destinata ad evolversi.

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