Disastro drone Lily, dopo una lunga agonia l’azienda di San Francisco getta la spugna

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Ennesima catastrofe per l’industria americana dei droni. Dopo il naufragio di 3DRobotics e la caduta di GoPro è la volta di Lily, che ammette di non essere in grado di fare il drone promesso ormai da anni, e annuncia la chiusura del progetto. Nei prossimi 60 giorni chi si è fidato e ha preordinato la macchina dovrebbe essere rimborsato, con quali soldi non è chiaro.

Fine della corsa. Quando era stato annunciato, ormai anni or sono,  il 15 maggio 2015, Lily sembrava un drone vincente, dotato di funzioni che per l’epoca erano grandiose: si lanciava a mano, volava automaticamente, riprendeva il soggetto con il Follow Me. Quasi fantascienza allora, ordinaria amministrazione oggi. Ma Lily non è mai stato consegnato ai tanti, tantissimi utenti che l’hanno preordinato, esattamente come era successo per l’altra sonora catastrofe, il drone inglese Zano che avrebbe dovuto nascere dal crowdfunding ma ha lasciato con il cerino in mano i suoi backers, rimasti senza drone e senza soldi.

Non sono bastati i 15 milioni di dollari raccolti nel dicembre scorso: affamata di danaro Lily avrebbe cercato di mettere le mani su un altro finanziamento da altri 15 milioni, ma il mercato gli ha risposto picche, e a ragione visto che anche se fosse effettivamente nata Lily sarebbe una macchina di vecchia concezione e con affidabilità tutta da dimostrare.  “Abbiamo fatto una corsa contro il tempo e contro finanziamenti sempre più esigui” scrivono i fondatori  Henry Bradlow e Antoine Balaresque. “Nei mesi scorsi abbiamo cercato di assicurare i finanziamenti necessari per sbloccare le linee di produzione e spedire le prime unità. Ma è stato impossibile farlo. Come risultato, siamo profondamente addolorati nell’annunciare che siamo in procinto di liquidare l’azienda e risarcire i clienti”. Con quali soldi potranno essere risarciti gli acquirenti che hanno preordinato la macchina non è dato di sapere, finora Lily ha incassato 34 milioni di dollari dei 60 mila preordini, più qualche altro milione di finanziamenti vari, tra l’altro anche dei fondi di venture capital SV Angel e Spark Capital ma non è riuscita a produrre nemmeno una macchina, prototipi a parte.

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