Droni contro le zanzare: in Piemonte i test per trovare le larve e intervenire dove serve

Un drone sorvola la vegetazione per capire dove si trovano i focolai, un altro passa poco dopo e distribuisce il larvicida. È quello che sta sperimentando IPLA a Piverone (provincia di Torino), dove la tecnologia viene messa alla prova per capire se i droni possano diventare uno strumento concreto nella lotta alle zanzare.

L’idea di fondo è quella che ha già fatto la fortuna di questi pratici velivoli, ossia arrivare dove con altri mezzi è difficile intervenire, in questo caso raggiungendo canneti e zone umide. Ma l’obiettivo, in prospettiva, è anche più ambizioso: utilizzare un’unica macchina capace prima di individuare le aree interessate e poi di effettuare direttamente il trattamento.

Non si tratta, però, di una sperimentazione nata oggi, perché IPLA lavora su questa possibilità dal lontano 2016, quando insieme al Politecnico di Torino iniziò a verificare cosa potessero offrire i droni. All’epoca il principale problema era molto concreto: il peso trasportabile. Dieci anni fa si parlava di circa due chili. Oggi, grazie al progresso tecnologico, i droni agricoli disponibili sul mercato raggiungono anche gli 80 kg. In questo modo, le operazioni sono più efficaci ed efficienti, di conseguenza più realistiche.

«Oggi iniziamo ad avvicinarci», spiega Paolo Roberto, responsabile del progetto regionale di lotta alle zanzare di IPLA.

A Piverone due droni con compiti diversi

Durante la sperimentazione, come riporta questo articolo su TGR Piemonte, sono stati utilizzati due mezzi:

  • un drone più piccolo si è occupato della mappatura dell’area
  • un secondo drone, più grande, ha distribuito il larvicida biologico in formulazione granulare.

Il passaggio successivo sarà cercare di mettere insieme queste due capacità nello stesso UAS, rendendo l’operazione ancora più fluida ed efficiente.

L’attività ha diverse cose in comune con quella che seguimmo da vicino anni fa fuori Bologna, ma in quel caso il liberò maschi sterili invece di granuli larvicidi.

Il problema è arrivare all’acqua nascosta dalla vegetazione

La difficoltà di un’operazione del genere è che nelle zone umide le larve possono svilupparsi in acqua coperta da una fitta vegetazione arborea o arbustiva. Non basta quindi sorvolare l’area e rilasciare il prodotto: bisogna verificare che i granuli riescano davvero ad attraversare quella copertura e ad arrivare all’acqua sottostante.

È uno degli aspetti centrali della prova di Piverone e anche uno dei motivi per cui il drone potrebbe trovare proprio in questi ambienti una delle sue prime applicazioni concrete. Canneti e zone difficilmente accessibili rappresentano infatti un contesto nel quale poter arrivare dall’alto può fare la differenza. Inoltre, rispetto alle grandi superfici agricole, l’autonomia ancora limitata delle batterie diventa un problema meno pesante.

IPLA sta già ragionando sui possibili interventi del prossimo anno. Tra le aree considerate ci sono ancora Viverone, alcune zone del Lago Maggiore e i canneti di Fondo Toce.

Nelle risaie la situazione si complica

Se nelle zone umide la prospettiva appare più vicina a un possibile utilizzo concreto, il discorso cambia quando si passa alle risaie, che rappresentano superfici molto più estese, dove l’attuale formula con due droni risulta inappropriata. Ecco perché, sebbene l’idea di impiegare i droni anche qui accompagna le sperimentazioni da anni, per il momento non è stata programmata una nuova prova.

Il nodo dei costi e della normativa

Quanto costerebbe trattare grandi superfici utilizzando i droni? Al momento non c’è ancora una risposta, ma i numeri delle operazioni condotte in passato aiutano però a capire la scala del problema. Quando la lotta larvicida interessava in maniera estesa le aree risicole piemontesi, secondo i dati ricordati da IPLA si arrivava a circa 40 mila ettari e a una spesa nell’ordine dei 5 milioni di euro per l’intera stagione, comprendendo mezzi e personale.

Ma è difficile stabilire quale sarebbe oggi il costo di un’attività simile effettuata con i droni, senza considerare che poi ci sono gli ostacoli normativi, perché la distribuzione di prodotti con mezzi aerei è sottoposta a limiti e anche quando il mezzo utilizzato è un drone sono necessari passaggi autorizzativi.

Ad ogni modo la sperimentazione di Piverone sta fornendo le prime indicazioni. Per canneti e zone umide la strada appare più concreta, mentre per le grandi superfici delle risaie restano ancora da mettere insieme diversi elementi: autonomia, capacità delle macchine, costi, quantità di prodotto e autorizzazioni.

Categorie News