DJI inclusa tra i partner FAA per la gestione del traffico aereo con i droni

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Una delle principali preoccupazioni che in parte frenano lo sviluppo dei droni civili è quella della integrazione dello spazio aereo. Ovvero il volo contemporaneo di velivoli tradizionali “manned” con pilota a bordo e “unammend” senza pilota a bordo. Il pensiero che un velivolo pilotato remotamente possa impattare contro un aereo della aviazione generale o un elicottero in volo a bassa quota, è il terrore degli enti che gestiscono il volo aereo di tutto il pianeta.

Una strada percorribile, il cui percorso è già stato intrapreso anche in Italia, è quella di un sistema di coordinamento che in tempo “quasi” reale, fornisca ai piloti, sia in volo sia a terra, la posizione di aeromobili tradizionali e mezzi Aerei a Pilotaggio Remoto.

Anche DJI tra i partner in prova per fornire servizi di integrazione dello spazio aereo con i droni

Negli Stati Uniti la Federal Aviation Administration (FAA) ha annunciato nove nuovi partner del settore dei droni per l’iniziativa LAANC (Low Altitude Authorization and Notification Capability).
Il Lance, questo il modo nel quale si pronuncia, consiste proprio nel rilascio di autorizzazione e permessi a operatori di droni riconosciuti negli spazi aerei a loro concessi, emettendo una specie di NoTam (Notice To Airmen, cioè un bollettino ai naviganti che avverte della presenza di impedimenti temporanei o permanenti lungo il tragitto.

Quasi un anno fa, nel ottobre 2017,  la Federal Aviation Administration ha ammesso alcune compagnie private a presentare i loro sistemi di controllo e integrazione. Sino ad ora gli operatori di servizi e soluzioni già ammessi a entrare nel programma sono: AirMap, Harris Corp., Project Wing, Skyward e Thales Group.
Le 9 recenti  entrate risultano essere:  Aeronyde, Airbus, AiRXOS, Altitude Angel, Converge, DJI, KittyHawk, UASidekick e Unifly.

Airmap un esempio di integrazione con lo spazio aereo americano

Per citare un esempio significativo e forse noto anche agli utenti italiani, AirMap che fornisce un servizio gratuito di mappe online con l’evidenziazione degli spazi aerei ristretti o vietati di tutto il mondo, potrebbe fornire in questo contesto un sistema di richiesta e relativa autorizzazione per il volo in una area segregata.
Il pilota del drone, poco prima di volare clicca sulla mappa per segnalare la sua posizione e tramite app, invia la sua richiesta ad un apposito centro di controllo che in accordo con FAA autorizza o nega il volo in tale aerea.

Sistemi simili possono essere offerti da altri fornitori. DJI, tra le nove compagnie ammessa in questo appalto di gara, fornisce già in parte agli utilizzatori dei propri droni, un sistema di blocco relativo alle principali No Fly Zones – quali principali aeroporti o zone sensibili, uffici governativi eccetera. Con tale blocco attivo i droni DJI non possono decollare se non richiedendo apposita autorizzazione ai tecnici DJI in servizio 24 ore su 24.

Esempio di impossibilità di decollo con un drone DJI e visualizzazione di una No Fly Zone

Viene in automatico pensare che un sistema già ampiamente collaudato e funzionante come quello sopra esposto, possa essere facilmente implementato nel protocollo LAANC e forse anche in quello italiano o europeo (UTM).
Se poi aggiungiamo che la stessa DJI potrebbe fornire il sistema Aeroscope – che risulta essere una specie di radar, ma che funziona con la normale radiofrequenza di controllo tra radiocomando del pilota a terra e il drone in volo – capace di controllare lo spazio aereo nei dintorni di un aeroporto; allora la soluzione sarebbe completa.

Proseguono comunque le sperimentazioni per il servizio LAANC e la FAA ha annunciato di continuare a ricercare e poi selezionare partners. Maggiori informazioni possono essere trovate qui.

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