Non sottovalutate i droni da selfie: saranno il futuro

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I droni prosumer più diffusi, come i Phantom 3, rispondono a esigenze ormai anacronistiche. I droni da un chilo e mezzo derivano dall’aeromodellismo, quando si andava al campo volo per passarci la giornata con la macchina zeppa di modelli, e l’ingombro non era importante. Oggi non si vola più solo per piacere ma soprattutto per ottenere immagini. A hobbisti e professionisti servono droni più piccoli, pratici e sicuri. I droni da selfie. Che per diventare grandi però devono risolvere ancora un paio di problemi.

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Il capostipite Phantom 1 del 2013. un design arrivato ai giorni nostri senza grosse modifiche estetiche ma con radicali migliorie tecniche



I droni prosumer di oggi sono retaggio di un tempo in cui per fare riprese decenti si dovevano usare le GoPro, camere poco adatte all’uso aereo, essendo nate per i surfisti e non per i droni. Un epoca in cui i gimbal erano mossi da servocomandi grandi e pesanti, le centraline erano poco integrate e serviva spazio per cablaggi e schede. Sembra preistoria, ma sono passati giusto quattro anni dal gennaio 2013, quando la neonata  DJI ha tirato fuori dal cilindro il fortunatissimo Phantom 1, che nel bene e nel male ha influenzato l’intera industria dei droni. Ora non è più così, le camere aeree sono molto più piccole e leggere, i gimbal sono tutti brushless, la piastra madre può integrare tutta l’elettronica che serve. E i droni non hanno più ragione di essere così grandi e ingombranti: oggi droni con camere a 4k possono avvicinarsi al peso limite della FAA, 250 grammi, per volare senza problemi burocratici e senza troppi vincoli oltre a quelli dettati dal buonsenso. La miniaturizzazione ha fatto nascere i droni da selfie, droni palmari leggeri pratici da portare in giro e pronti all’uso in ogni momento.

Fotogramma di un drone professionale da noi ripreso in volo con un seflie drone Yuneec Breeze

Fotogramma di un drone professionale da noi ripreso in volo con un seflie drone Yuneec Breeze. Clic sull’immagine per vedere il filmato.

Una rivoluzione di cui DJI una volta tanto si è accorta in ritardo, facendosi prendere in contropiede dai concorrenti altrettanto cinesi  ZerotechYuneec, che  rispettivamente con con il Dobby e il Breeze (qui il test di DronEzine) hanno giocato d’anticipo ritagliandosi interessanti fette di mercato. I droni da selfie non sono giocattoli,  sono di fatto droni semiprofessionali, dotati di motori brushless e  camere di alta qualità in 4k, ottimizzati per la portabilità. Macchine che noi stessi abbiamo utilizzato nel nostro lavoro per fare riprese aeree di droni in volo, con risultati che lasciamo giudicare al lettore. E abbiamo apprezzato incondizionatamente la praticità d’uso, che ne fa la macchina ideale non solo per il drone journalism ma in generale per tutte le situazioni in cui l’occasione di fare una ripresa interessante si presenta all’improvviso e il fotografo deve essere pronto, con una macchina lancia-e-vai, e non con un drone da campo che deve essere montato, approntato e preparato prima di ogni missione.

drofie-702x336Certo, i droni da selfie hanno anche i loro limiti, che ne condizionano pesantemente l’uso professionale. Alcuni sono intrinseci alla loro natura di macchine leggere, e c’è poco da fare: la scarsa autonomia e l’altrettanto scarsa capacità di fronteggiare il vento probabilmente resteranno sempre fattori fortemente penalizzanti, derivando da limiti fisici e non elettronici. Per altri limiti invece basterebbe che l’industria si mettesse al lavoro: il più importante è che i droni da selfie si controllano con il cellulare, e questo limita eccessivamente la portata utile, ferma a qualche decina di metri, e l’ergonomia d’uso: il lavoro richiede precisione e per la precisione c’è poco da fare, serve una buona radio con ottimi stick cuscinettati. Ma i vantaggi di praticità e burocrazia (sempre che si riesca a stare sotto i rigidi limiti di legge) sono tali per cui i droni da selfie sono destinati a ritagliarsi una fetta importante anche del mercato profssionale. E non passa giorno senza che non ne venga proposto uno, che nasce – o almeno ci prova – sui siti di crowdfunding,

Se ne è accorta anche Dji, che dopo lo smacco iniziale è corsa ai ripari. E tirato fuori il Mavic, che era il modo più veloce e pratico per abbandonare definitivamente il datato design Phantom 3 e riversarne tutta l’esperienza accumulata su un drone che pur non essendo strettamente da selfie – è piccolo e leggero rispetto a un Phantom, ma ancora troppo grande e pesante per essere tenuto sempre carico e sottomano- è pur sempre un grosso passo avanti, soprattutto grazie ai geniali bracci ripieghevoli. Il Mavic però è un poco a metà strada tra un drone medio, come il Phantom 4, e un drone da selfie da taschino vero e proprio. E si sa, la virtù starà pure nel mezzo, ma il mercato tende a punire l’industria che non fa una precisa scelta di campo. Lo straordinario successo del piccolo Mavic ha fatto rompere gli indugi a DJI, che pare stia lavorando a un drone da selfie senza compromessi, piccolo, palmare, potentissimo: nome in codice Spark.

 

Una foto non ufficiale del DJI Spark accanto al Mavic

Una foto non ufficiale del DJI Spark accanto al Mavic

Siamo nel campo delle ipotesi, ma si vocifera che potrebbe avere una doppia camera, per il grandangolo e l’apertura normale, come i cellulari di ultima generazione. E potrebbe avere una radio, che abiliterebbe anche lo sport mode, quindi le riprese volando veloce, ma soprattutto la portata chilometrica dei fratelli maggiori Mavic e Phantom. Solo DJI al momento ci sembra in grado di calare l’asso e darci un drone da selfie adatto per lavorare, con una radio come si deve, una portata di chiometri, software di volo di primissimo odine. Loro e forse Parrot, che dopo aver perso il treno dei droni da selfie scegliendo di fare il BeBop 2 più grande e pesante dell’uno, una scelta dettata dalla voglia di aumentare l’autonomia sia pure a scapito alla praticità, potrebbe fare marcia indietro e darci un BeBop 3 piccolo, leggero e finalmente con il 4K. Non sottovalutiamo i droni da selfie, se l’industria ci crederà e risolverà i problemi – risolvibilissimi – che li affliggono, anche se l’autonomia sarà scarsa e il vento un nemico, saranno loro che conquisteranno i cieli.

 

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